Buti, 1 novembre 2020

Caro spettatore e cara spettatrice,
mi chiamo Marianna Miozzo, mi occupo di danza e di teatro come autrice di progetti performativi.

Forse ci conosciamo già, forse sai qualcosa di me, forse per te, sono una perfetta sconosciuta.
Ti scrivo per raccontarti una cosa che mi è accaduta. L' 1 novembre, il mio calendario avrebbe previsto una replica di uno dei miei spettacoli, LITOST. La data era prevista a Bologna, all’interno di Scie Festival, evento interdisciplinare dedicato agli studi sul corpo e sulla danza. Invece mi trovo in Toscana, a Buti, un piccolo paese tra i monti pisani, ospite di un’amica. Da qualche giorno i teatri sono serrati, le programmazioni sospese, le date annullate. Anche LITOST è saltato.
In questo scenario, Scie Festival ha immaginato una differente modalità di apertura al pubblico, che ha spostato in remoto le attività previste.
Confrontandomi con la direzione artistica del festival, si è aperta la possibilità di immaginare una nuova declinazione del mio spettacolo, affinché potesse essere presentato in modalità digitale, unico mezzo apparentemente utilizzabile per poter continuare il lavoro.
Per me e per molti artisti lavorare significa auto-sostenersi e, al contempo, dare continuità ad una ricerca che richiede e apporta confronto con il
mondo esterno. Chi lavora per la scena, lavora per il pubblico e difficilmente può lavorare senza una reale esperienza di incontro con lo spettatore e la spettatrice. E per me, la ricerca artistica non è un processo che ha pause, è una pratica che deve continuare ad esistere anche in un momento in cui non mi è possibile essere in scena di fronte ad un pubblico. Sull’eco della volontà di Scie di mutare assetto performativo alla programmazione del festival, ho riflettuto a lungo su come poter tradurre un progetto nato per la scena in un prodotto digitale. Ho immaginato diverse possibilità, ma nessuna è riuscita a rispondere all’urgenza di dedicare al pubblico un’attenzione intima e di relazione che fosse il più vicino possibile al rapporto che si instaura in scena.
Ho avuto l’impressione di dover costruire una pratica che non avrebbe rappresentato
un’esperienza fisica e reale per me. Impressione confermata quando ho riattivato il
telefono dopo un paio di giorni di pausa dalla connessione alla rete. Scorrendo il dito sullo schermo ho visto passare video, commenti, immagini che parlavano di una trasformazione dal reale al virtuale di eventi culturali. A quel punto ho realizzato che ciò che mi motivava a trovare una soluzione creativa alla sospensione dello spettacolo, era la necessità di creare un’esperienza concreta tra me, lo spettacolo e lo spettatore. L’urgenza era di trovare una
via di comunicazione scartando la possibilità di dare alla performance una forma digitale.

Ho scelto di scrivere questa lettera pubblica per raccontare, a partire dalla mia esperienza, cosa può accadere ad un artista che lavora per la scena quando si trova nella condizione di non poter più presentare la propria creazione in presenza e sente l’urgenza di confrontarsi con il pubblico in una relazione fisica per continuare a far esistere il proprio lavoro.

Successivamente a questa lettera ne invierò altre personali indirizzate ad alcune ed alcuni di voi. Mi piacerebbe scrivere a quel ragazzo che una volta, a fine spettacolo, mi ha detto “Sono morto dal ridere”, o a quell’uomo sconosciuto che ha voluto farmi sapere, con una foto del giorno dopo, che dentro la grondaia non c’era più la piuma che avevo messo, o raccontare al direttore del teatro in cui mi sarei dovuta trovare, il processo creativo del mio nuovo lavoro.
Le lettere che scriverò saranno private, non verranno pubblicate o diffuse,
rappresenteranno una piccola creazione dedicata ad ogni persona a cui giungeranno.
Potranno raccontarvi di LITOST, permettendomi di ritrovare l’allenamento del corpo
attraverso un gesto che nello spettacolo percorre l’intera partitura: le mani tracciano una narrazione che poi si propaga in tutto il corpo incontrando la parola.
Costruire ogni singola corrispondenza mi inviterà a scegliere di nuovo tutta la scenografia: la carta, i colori, il formato; le immagini, i disegni, le memorie che potranno contenere, immaginando a chi arriverà.
Costruire una relazione intima richiederà uno sforzo, un tempo e una cura diversi da quella che si ha facendo uno spettacolo di fronte ad una platea.
Le lettere arriveranno per posta e sarete libere e liberi di rispondere o di conservarle come segno di presenza; saranno scritte a mano.
Scrivere una lettera a mano significherà fare di un atto antico una possibilità d’incontro, in un momento in cui la relazione sembra dover ridisegnare la sua stessa natura e fisionomia.
Questa scelta per me è l’azione più sincera per comunicare con il pubblico in questo momento. Sperando di ritrovarvi presto dal vivo, immagino luoghi possibili dove l’arte possa accadere.

 


Marianna Miozzo

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di Marianna Miozzo

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